Progetto Sermugnano
IL PROGETTO SERMUGNANO



L’emergere del popolo e della civiltà etrusca ha rappresentato un momento di svolta fondamentale nella storia d’Europa. Si tratta infatti della prima grande società urbana indigena sorta sulle sponde del Mediterraneo occidentale, che ha svolto un fondamentale ruolo di tramite tra le evolute culture del Mediterraneo orientale e quelle italiche e celtiche, nonché di stimolo e preparazione dell’affermarsi di Roma. La ricerca sulle origini della civiltà etrusca hanno fatto molti passi avanti di recente, ma in realtà diversi aspetti sono ancora poco conosciuti. In particolare, non è ancora stato mai scavato un abitato con una regolare sequenza di strati che si succedono con continuità dall’età del bronzo (II millennio a.C.) all’epoca arcaica, in cui si possa cogliere l’intero processo di trasformazione che a partire dalle premesse protostoriche ha portato alla formazione delle culture villanoviana ed etrusca. Ciò è dovuto non solo allo scarso sviluppo degli scavi di abitato, ma anche e soprattutto alla netta discontinuità nell’occupazione degli abitati verificatasi intorno al passaggio tra le età del bronzo e del ferro. Nei decenni finali del X secolo a.C. infatti numerosissimi villaggi fioriti durante l’età del bronzo furono abbandonati mentre venivano formandosi i grandi centri villanoviani, che nel giro di alcune generazioni si sarebbero trasformati nelle grandi città etrusche di Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Orvieto, Chiusi, etc. A causa di ciò, è alquanto raro che in uno stesso insediamento si possa studiare l’intero processo di evoluzione culturale che conduce dalle civiltà protostoriche a quella etrusca. Ulteriori difficoltà nascono da fatto che i siti protostorici, spesso situati su alture, sono di norma in precario stato di conservazione, a causa dell’erosione o dell’impatto delle attività umane. In questo quadro, il centro abitato del Poggio di Sermugnano emerge come caso eccezionale per un’indagine sul processo formativo della civiltà etrusca. Le ricerche di superficie hanno infatti potuto accertare una lunghissima continuità di vita dall’età del bronzo all’arcaismo, forse per oltre mille anni. Se si considera che lo stato di conservazione del sito appare ottimo, si presentano dunque tutte le condizioni per realizzare uno scavo di enorme interesse scientifico. Infine, Sermugnano presenta ottime potenzialità come sito da valorizzare e promuovere quale esempio di perfetta conservazione del paesaggio della Tuscia tiberina. In tal senso sarà da valutare la possibilità di una esposizione ed eventualmente monumentalizzazione dei resti rinvenuti negli scavi, di una ricostruzione in loco di una porzione di paesaggio vegetale antico (quale emergerà dagli studi botanico-pollinici), e senz’altro si può fin d’ora prevedere un recupero e una valorizzazione delle interessanti tombe a camera etrusche presenti presso il centro abitato.


Ubicato all’estremità orientale dell’altopiano vulcanico formatosi tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere a seguito dell’intensa attività eruttiva dell'apparato vulsino durante il Quaternario – territorio che appare caratterizzato dalla presenza di profonde incisioni vallive ad opera dei corsi d’acqua che si gettano nel Tevere e dei loro affluenti minori- il rilievo di Sermugnano è costituito da un promontorio stretto e allungato con orientamento ne-so posto alla confluenza tra il Fosso di Castiglione e il tributario Fossatello, che ne delimitano l’uno i versanti settentrionale e orientale e l’altro il versante meridionale. Collegato a occidente alla piattaforma tufacea di cui costituisce un’appendice, lo sperone roccioso presenta una struttura geologica caratterizzata da una potente sequenza di tufi leucitici basali -relativa a fasi diverse dell’attività eruttiva dell'apparato vulsino, nel cui ambito tuttavia prevalgono i prodotti di quella più recente a carattere esplosivo-, che si sovrappone a più antiche formazioni sedimentarie del Pliocene medio-superiore (argille grigio-azzurrognole, argille siltose e argille sabbiose, sabbie e conglomerati), affioranti lungo tutta la valle del Tevere e caratterizzate da un’intensa morfologia calanchiva (Cioni 2003, con bibl. prec.). Qui come altrove, tale sovrapposizione ha accentuato i fenomeni di erosione naturale che hanno interessato i bordi della formazione tufacea, modificando profondamente il profilo originario della rupe. Le caratteristiche morfologiche e strategiche del sito, un pianoro semi-isolato naturalmente difeso da pareti a ripido pendio, e la sua ubicazione a controllo di un ampio tratto della valle del Fosso di Castiglione, poco prima che questa si apra nella piana del Tevere, e dell’itinerario che collegava il distretto del lago di Bolsena alla zona di confluenza tra Tevere e Paglia, importante crocevia di direttrici provenienti dal distretto chiusino e dall’Umbria, ne hanno favorito una stabile occupazione a carattere abitativo fin da una fase non avanzata della media età del bronzo (BM 1-2) (Schiappelli 2008, con bibl. prec.). Individuato nel 1982 da Francesco di Gennaro e Giorgio Filippi, l’insediamento, posto ad una quota assoluta di m. 341 s.l.m., occupava tuttavia, con una superficie di circa 3,5 ettari corrispondenti all’area naturalmente difesa, solo l’estremità settentrionale del promontorio, ovvero l’area distinta in cartografia IGMI dal toponimo “il Poggio”, che risulta attualmente separata mediante una sella (larghezza massima m. 150, dislivello m. 18, quota assoluta m. 120), forse un antico taglio artificiale, dal colle su cui sorge il moderno centro abitato e che in antico ospitava la necropoli, documentata dalla presenza di numerose tombe a camera etrusche di età arcaica, oggetto di interventi di recupero effettuati ad opera del Gruppo Archeologico della Teverina all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso (Cosimi 1986 a; 1986 b). Non è da escludere che nella stessa area fosse ubicata anche la necropoli protostorica, come sembrerebbero indicare i dati di provenienza di due vasi biconici di impasto conservati nel Museo Archeologico di Firenze (Camporeale 1977). Compreso in età storica nel distretto territoriale sottoposto all’egemonia di Velzna, il grande centro urbano sorto sulla rupe di Orvieto e divenuto nel corso del VI secolo una delle maggiori città d’Etruria, il piccolo insediamento, occupato già nel Bronzo medio iniziale, dopo un breve intervallo si sviluppa, senza soluzione di continuità, dal Bronzo recente sino alla conquista romana, secondo i dati archeologici di cui disponiamo e che in assenza di sistematiche indagini di scavo sono prevalentemente frutto di ricerche di superficie per le fasi più antiche (Cosimi 1986 a, Cosimi 1986 b, di Gennaro 1986, p. 134; di Gennaro 1988, p. 80, nota 30; Cosimi 1989, pp. 35-48, figg. 7-12; di Gennaro 1990, p. 215, n. 15; p. 219, n. 9, p. 220, n. 27; Tamburini 1990, p. 21, nota 15, pp. 23-24, nota 25; di Gennaro 1991-1992, p. 709, n. 28; Tamburini 1992 , pp. 23-25; Iaia, Mandolesi 1993, p. 36, n. 70; Tamburini 1993, p. 393, fig. 2 a; Cocchi Genick et al. 1995, p. 355, n. 83; Belardelli et al. 2007, pp. 280-281; Schiappelli 2008, pp. 115-130; Barbaro 2010, p. 189; Damiani 2010, p. 47) e di interventi occasionali di recupero per l’età storica (Naso 1996 con bibliografia precedente). Allo stato delle nostre conoscenze, nel corso di questa vita lunghissima, l’insediamento sembra aver conosciuto due momenti di particolare floridezza, coincidenti rispettivamente con la fase avanzata del primo ferro e l’età arcaica. L’assenza di cesure tra età del bronzo ed età del ferro nell’ambito dell’organizzazione territoriale dell’agro volsiniese, ovvero del vasto distretto territoriale su cui Velzna esercitò il proprio controllo, fino al definitivo assoggettamento alla Stato romano nel 264 a.C. e che risulta delimitato a nord dal medio corso del Paglia, a est dall’asse fluviale Tevere/Paglia, a ovest dalle sponde settentrionali, orientali e meridionali del lago di Bolsena e a sud al corso del torrente Rigo, giungendo a comprendere tra il V e il III secolo a.C. i centri di Ferento, Piammiano (Statonia) e Orte (Tamburini 2003, p. 77-78), è ben nota nella letteratura scientifica (Colonna 1978) e distingue questo comprensorio dall’Etruria meridionale costiera dove, sul finire del I millennio a.C. ovvero nella fase di passaggio tra età del bronzo ed età del ferro, il processo di sviluppo dell’assetto economico, sociale e territoriale avviato con la media età del bronzo si conclude con la nascita delle grandi città di Vulci, Tarquinia, Cerveteri e Veio, verso le quali converge la popolazione dei centri distribuiti nel territorio (Pacciarelli 2000 con bibliografia precedente), che vengono abbandonati e poi di nuovo occupati nel corso della fase avanzata del primo ferro (Iaia, Mandolesi 1993).


Come sintetizza Alessandro Naso nella scheda sulla necropoli etrusca di Sermugnano (Naso 1996, pp. 287-289), le prime scoperte occasionali nel territorio di cui si ha notizia risalgono alla fine del secolo XIX: nel 1877 fu rinvenuto lo specchio di bronzo nelle proprietà di Biagio Bucciosanti, in località la Casetta o proprio a Sermugnano (Notizie degli Scavi di Antichità 1977, p. 147, tav. 4; ES V, tav. 113; Corpus Inscriptionum Etruscarum III.1, 10895 (M. Pandolfini Angeletti), con bibliografia aggiornata). Lo specchio, raffigurante Pentesilea, Odisseo e Diomede, come indicano le iscrizioni Pentasila, Utuse e [Z]imite, si data alla prima metà del IV sec. a.C. (Mansuelli 1946-1947, pp. 19 s., 51; Pfister Roesgen 1975, S 40, 50 e 153 ss.; Fischer Graf 1980, V 28, p. 45 ss.); fu acquisito nel 1913 dal British Museum (inv. 1913.12-17.1) dove è attualmente conservato. Un'attività di ricerca sia pure sporadica e non regolare è comunque da postulare almeno negli anni seguenti, se nel 1900 Riccardo Mancini, lo scavatore di Orvieto, vendette al museo archeologico di Firenze un vaso di impasto (inv. 78783) proveniente da Sermugnano, databile alla prima metà del VII sec.a.C., e che Giovannangelo Camporeale ritiene vicino ai biconici tipo Terni, diffusi a Terni, Celleno, Bolsena e Pitigliano (Camporeale 1977, p. 219, fig. 1). Nel 1901 lo stesso museo acquistò due biconici villanoviani con la medesima provenienza che mostrano il collo particolarmente sviluppato in altezza, caratteristica questa dei biconici vulcenti che contraddistingue tuttavia anche la produzione orvietana (Camporeale 1977, fig. 45 b). Per la fase etrusca arcaica si dispone di pochi dati: nel 1965 venne recuperata dalla Soprintendenza una tomba a camera semidistrutta venuta alla luce nell'area dell'abitato moderno in seguito alla frana del terreno soprastante. La tomba, pressoché intatta, risulta ancora inedita. Conteneva almeno due deposizioni datate preliminarmente alla prima metà del VI sec. a.C., con vasi di bucchero, di impasto e ceramica etrusco-corinzia: per la prima categoria sono stati editi due kantharoi con fregi a cilindretto ascritti a fabbrica orvietana, mentre per la classe etrusco-corinzia si ha notizia del rinvenimento di una coppetta assegnata al Pittore delle Macchie Bianche e di un oinochoe a decorazione lineare che nella morfologia imita gli esemplari bronzei di tipo rodio (Archivio Sbaem prot. 726 del 1965; Brunetti Nardi 1972, p. 117; Colonna 1973, p. 53; Camporeale 1972, pp. 33-34). I successivi interventi sono dovuti al locale Gruppo Archeologico: sono stati recuperati residui di corredi funerari da quattro tombe a camera, già violate da scavatori clandestini, aperte lungo il costone sottostante l'abitato moderno (Damiani 1984; Damiani 1986; Cosimi 1989, p. 53 s.). Fra queste di particolare interesse è la tomba 1 ad una camera con dromos, ornata da una decorazione dipinta non figurata (Naso 1996, pp. 289-292) che sottolinea talune partizioni architettoniche. La camera, a pianta trapezoidale con tetto a due falde a profilo concavo, conteneva due letti, ubicati lungo le pareti destra e di fondo. I resti del corredo, solo parzialmente editi (Damiani 1984; Barbieri 1986, p. 54 figg. 5-6), comprendono materiali relativi a diverse deposizioni, soprattutto impasti e buccheri di tipologia orvietana. Un preciso inquadramento cronologico nella prima metà del VI sec. a.C., verosimilmente entro il secondo quarto, si ricava da una patera ombelicata etrusco-corinzia, assegnata al Pittore dei Rosoni (Szilagyi 1998, con bibliografia precedente). Sulla base dei dati disponibili per l’età arcaica, Sermugnano risulta inserito a pieno titolo nel quadro conosciuto per l’Etruria interna volsiniese, permeato dall'influenza di Velzna ma aperto alla cultura materiale vulcente, diretta o filtrata dal capoluogo, esso stesso strettamente connesso alla città costiera. A questo flusso è da ricondurre anche la decorazione dipinta della tomba 1. Dopo uno iato con rispondente al V sec. a.C., per le epoche successive si conoscono i residui del corredo di una tomba in località Casetta, a sud-ovest del paese moderno, forse lo stesso sito di rinvenimento dello specchio ora al British Museum: nel corredo, nel quale si possono individuare numerose deposizioni, databili fra la prima metà del III sec. a.C. fino all'età tardo repubblicana, era compreso anche un cippo basaltico di tipo volsiniese con iscrizione mutila ram[tha---] xi . Per la tomba, Tortolini 1986. Sui resti del corredo e sul cippo: Tamburini 1987, pp. 639 nota 10, 645; Cosimi 1989, p. 54, fig. 21, n. 1; Rivista di Epigrafia Etrusca 1992 [1993], 29 (P. Tamburini).


Ai fini della conoscenza e della valorizzazione del territorio, ma anche di una eventuale prospettiva di fruizione, considerata l’importanza del sito archeologico di Sermugnano, vista la disponibilità manifestata dall’Amministrazione comunale di Castiglione a sostenere il progetto, la Soprintendenza intende avviare, in diretta collaborazione con la cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Napoli “Federico II” (prof. M. Pacciarelli), e di intesa con la cattedra di Scienza e Tecnologia dei materiali dell’Università di Viterbo - Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il restauro “Michele Cordaro” (prof. U. Santamaria), che opereranno sul campo con i rispettivi studenti, una campagna di scavo archeologico nell’area sommitale dell’insediamento, dove i terreni in piano, già adibiti a vigneto, sono coltivati a seminativo, avvalendosi inoltre della collaborazione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per la realizzazione di prospezioni geofisiche preliminari. Questa prima indagine, che si svolgerà sotto la direzione scientifica della Soprintendenza, costituirà il punto di partenza per le future linee di intervento: sulla base dei risultati conseguiti, infatti, verrà elaborato un organico, pluriennale progetto di ricerca in cui la cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Napoli, che potrà avvalersi della partnership di altre istituzioni scientifiche italiane e straniere, chiederà di operare in regime di concessione di scavo. Le indagini, che si svolgeranno nel mese di giugno 2012, prevedono l’esecuzione di uno o più saggi stratigrafici finalizzati alla conoscenza dell’articolazione dell’insediamento, della sua urbanistica, della viabilità e delle strutture presenti. L’area interessata (F. cat. 5, part. 33) è di proprietà dell’Istituto per il Sostentamento del Clero di Viterbo anche se di recente affittata a privati. Al contempo, in collaborazione con lo Speleoclub di Orvieto, si verificherà la veridicità delle notizie relative alla presenza di numerose strutture funerarie di età arcaica ubicate sotto l’abitato moderno e ancora ignote alla letteratura archeologica, al fine di avviarne eventualmente il censimento per acquisire una documentazione indispensabile alla conoscenza della necropoli ed elaborare un sistematico programma di indagine. Alla fine delle operazioni di scavo, i resti rinvenuti saranno adeguatamente preservati mediante tessuto non tessuto ed i saggi eseguiti, in base ai risultati, saranno ricoperti con il terreno asportato o comunque protetti da recinzione al fine di garantire l’incolumità di persone o animali. A conclusione delle indagini, nel corso delle quali, accanto alle operazioni di restauro, sarà avviato lo studio del complesso attraverso la pulitura, la siglatura, l’esecuzione della documentazione grafica e fotografica e la catalogazione dei materiali, verranno organizzate iniziative di divulgazione- in primo luogo conferenze- per informare la cittadinanza di Sermugnano e di Castiglione sugli esiti dello scavo e, in occasione di manifestazioni di richiamo turistico, potrà essere organizzata presso il Museo del Vino di Castiglione una mostra fotografica dello scavo al fine di diffondere la conoscenza del sito anche presso un pubblico più vasto di quello locale.

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